Gli ultimi schiavi d’Europa

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di Alex Gisondi

Quando nel 1454  Maometto II conquista Bisanzio, le minoranze etniche presenti sul territorio della attuale Turchia vengono spinte ai confini dell’impero, raggiungendo i Balcani e i territori limitrofi. Qui, i principati della attuale Romania ridussero in schiavitù tutta quella parte di popolazione che non riuscì a fuggire verso l’attuale Albania per poi imbarcarsi, dopo tempo, verso l’Italia.

Se c’è un verbo con cui poter indentificare la storia della popolazione romanì quello è sicuramente ‘fuggire’.  Fin dalla prima migrazione( anche questa forzata) dall’India, gli originari Dom(Rom) che successivamente  partoriranno Sinti, K/Calè, Manuches, Romanichals, sono state vittime di persecuzioni feroci, talmente tanto frequenti, che nell’immaginario comune la ‘persona rom’ è vista come una eterna nomade, quasi fosse affetta da dromomania. Così non è. In realtà bisogna parlare di mobilità coatta. Come dicevamo, una delle più grandi persecuzioni perpetrate ai danni della comunità romanì, fu attuata dai principi di Moldavia, Valacchia, Transilvania. Ridussero in schiavitù le minoranze etniche provenienti da Bisanzio, una su tutte la popolazione romanì. Lo stesso vocabolo con cui in modo dispregiativo si “chiama” il popolo romanì, ovvero l’eteronimo( il modo in cui un popolo definisce un altro popolo, spesso in modo dispregiativo) ‘zingari’ è figlio della schiavitù che il popolo rom ha subito nell’est Europa dal XIV sec. La parola ‘zingaro’ deriva dal greco medievale  ‘athingani’ (Atsinganos/Atsinkanos) e più tardi Tsigani, per adattamento del greco  Αϑίγγανος /  Ατσίγγανος,, termini traducibili con “coloro che non toccano/vogliono essere toccati”. Qualcuno, erroneamente ha tradotto  il termine greco ‘Atsinganos’ con  il termine “intoccabili” associandolo ai ‘Paria’, della regione del Tamul, col quale viene propriamente designata una casta molto umile di lavoratori della terra, minatori, tessitori, spazzini, fattorini, ecc., dell’India meridionale e specialmente della regione Tamul (Madras), casta della quale esistono non meno di 350 suddivisioni. Il nome paraiyan trae origine, secondo la comune opinione, da parai, l’ampio tamburo che i Paraiyan, per diritto ereditario, battono nelle feste popolari. Col termine pariah, paria è uso errato in Europa di designare l’insieme delle ultime caste dell’India, gli “intoccabili”. La traduzione più appropriata è «oppressi», sono detti i fuori casta o 5ª casta nel sistema sociale e religioso induista, includendo anche gli aborigeni indiani e gli stranieri, chiamati anche ‘ Dalit’ . In passato venivano chiamati intoccabili, perché tradizionalmente connessi ad attività considerate impure (per es. pulizie, concia delle pelli, manipolazione di cadaveri, dieta carnivora ecc.). L’abolizione formale dell’intoccabilità e delle discriminazioni che ne derivano, sancita dalla Costituzione dell’Unione Indiana, ha rappresentato il primo passo verso l’abolizione, assai più difficile, di pregiudizi ancora operanti. Una grande battaglia in questa direzione fu condotta dal Mahātmā Gandhi, che al termine di intoccabili sostituì quello di Harijan («creature di Dio»).

I Paria però mai arrivarono in Europa.  I protagonisti della prima deportazione dal Punjab dal 1001 al 1026 ad opera del Sultano persiano musulmano Mahmud di Ghazna(n. 971-m. 1030), figlio di Sabuktighin, secondo e maggiore sovrano della dinastia dei Ghaznavidi, furono le figure professionalmente valide come ingegneri, costruttori, notabili, eruditi, al fine di edificare il suo grande regno.  

Ritornando all’eteronimo ‘zingaro’.

 Ma come si è arrivato ad assimilare questo termine oggi erroneamente usato?

 La motivazione risiede in un errore, errore, che costò sofferenze e schiavitù. Quando gli  ‘athingani’(‘zingari’) si affacciano(non per scelta) all’impero bizantino, vengono confusi, vista la assonanza dei termini, con gli ‘Athinganoi’(greco: Αθιγγάνον) i quali erano una setta eretica manichea sorta nell’impero bizantino nei secoli VIII e XI. Per questo le comunità romanès furono odiati e perseguitati anche dalla Chiesa, in primis quella ortodossa, perché accusati di stregoneria, dunque in contatto con il demonio.

 È dunque durante il Medioevo, nel 1300 quando le comunità romanì fuorno ridotte in schiavitù fino al 1856 !, che inizia ad allargarsi l’uso della parola ‘tigan’ (tradotto con l’italiano ‘zingaro’). I ‘tigani’ erano gli schiavi rom, la parola in sé indicava specificatamente una condizione servile dovuta alla ragione etnica di essere rom. Dapprima il nome ‘tigan’ veniva esteso anche agli schiavi tartari, ma con il tempo, data la quantità di rom ridotti in schiavitù (e cioè la totalità di quelli presenti sul territorio), il nome viene utilizzato solo in relazione agli schiavi rom. Da qui nasce il senso dispregiativo e offensivo della parola, che molto, troppo, spesso si utilizza ancora oggi (pensiamo a quante volte nei media italiani, sentiamo dire la parola ‘zingaro’ come se fosse un sinonimo e anche più conosciuto e validato di rom e sinti).

 Quasi 500 anni di schiavitù, nel cuore dell’Europa, nel silenzio, anche della storiografia moderna. 

 Nel 1807 la Corona britannica abolisce la schiavitù nelle sue colonie. La Francia lo farà nel 1848. La Russia libererà i servi della gleba nel 1861. Negli Stati Uniti avverrà nel 1865, dopo la Guerra civile. Moldavia e Valacchia resistono fino al 1855 quando il principe Grigore Ghica sancisce l’emancipazione degli ultimi schiavi rom di Moldavia. L’8 febbraio 1856 il principe di Stirbei emana la legge per l’emancipazione di tutti i rom del Principato romeno. Lo Stato pagherà un indennizzo ai proprietari pari a 10 pezzi d’oro a schiavo. Dopo cinquecento anni di schiavitù, i rom romeni sono liberi. Chi può, emigra: alcuni in America, molti altri in Ungheria o Serbia. Ancora oggi la situazione dei rom rumeni è molto delicata; rimangono quasi giornaliere le aggressioni e la segregazione all’interno dei sistemi educativi, sanitari, sociali, politici ed economici resta molto forte, tanto da portare a una migrazione(coatta) di massa verso altri Paesi Europei.

Non va meglio nel resto dell’Europa, motivo per cui è fondamentale documentarsi e continuare a parlarne ed arrivare a chiedersi : dopo 166 anni cosa è cambiato nel cuore della “civile Europa” ?

Ad ognuno di noi il compito di cercare sempre le verità storiche e lottare contro distorsioni, pregiudizi e stereotipi, superabili solo con la voglia di conoscenza e condivisione.

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