I rom nel contesto europeo, tra rieducazione ed eliminazione

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Di Camilla Bernardini

Tra il XVII e il XIX secolo, periodo in cui in Europa si andavano a delineare gli stati nazionali, si pone per la prima volta il problema di definire chi potesse essere considerato un utile cittadino e chi invece dovesse essere escluso dai confini della nazione e dai processi di omologazione che portano alla creazione di uno spirito di appartenenza nazionale. Da qui il “problema” dei cosiddetti “zingari” e l’inizio del processo rieducativo loro rivolto che può essere visto come un percorso lineare di progetti rieducativi tentati e falliti e contemporaneamente di continua esclusione.

Uno dei primi tentativi fu quello dell’allontanamento forzato sulla base di una presunta asocialità associata al popolo Rom. I Rom però non scomparvero e attuarono una strategia di resistenza optando per un basso profilo per evitare lo scontro diretto con le istituzioni, utilizzando anche il nomadismo. Si rese necessaria allora una politica per assimilarli alla popolazione nazionale. Lo scopo era quello di cancellare la loro identità e di assegnargliene una nuova, compatibile con gli ideali della nazione e il mezzo prescelto per realizzarlo era quello educativo. La Spagna fu la prima a promuovere una politica assimilazionista specifica rivolta ai gitani che avrebbe fatto da banco di prova per l’Europa. Nel 1633 venne vietata la lingua romanes, vietato l’uso dei vestiti tradizionali, vietato esibirsi in danze, vietato il nomadismo e l’abitare quartieri di soli “zingari”. Il nome che venne attribuito a queste popolazioni fu quello di “nuovi castigliani”. Queste misure volte ad assoggettare i Rom alla cultura dominante si inasprirono ulteriormente a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo quando i bambini rom vennero allontanati dalle famiglie di origine per essere sottoposte ad un processo di rieducazione e gli adulti che non avevano rispettato la legislazione vigente vennero condannati alla pena di morte. Nonostante ciò, i rom resistettero e questo portò al tentativo di eliminazione fisica: il 20 luglio 1749 si consumò quello che prende il nome di “mercoledì nero”. Il governo ordinò una retata su tutto il territorio spagnolo che portò alla morte di circa dodicimila gitani.

L’esempio spagnolo fu seguito da Maria Teresa d’Austria, la quale, avendo conquistato nel 1687 le terre ungheresi densamente popolate da zingari, si trovò a dover gestire la loro presenza. Il primo tentativo in realtà fu quello di espulsione e persecuzione di queste popolazioni. Il fallimento fu attribuito agli elevati numeri delle persone da espellere e portò ad un tentativo di assimilazione degli zingari. Nel 1761 Maria Teresa d’Austria inserì una politica rieducativa rivolta ai rom all’interno di una più generale riforma sociale. L’ imperativo della nuova politica era quello dell’assimilazione totale e incondizionata: ogni persona all’interno del Regno asburgico doveva essere un utile suddito alla causa dello stato. Anche in questo caso, come per l’esperienza spagnola il tentativo fallì ma non senza passare da un inasprimento delle misure adottate. La De regulatione zinganorum del 1782 permise l’allontanamento dei bambini fin dai quattro anni d’età dalla famiglia d’origine rom e l’introduzione di registri separati dagli zingari per avere un più rigido controllo fiscale. Inoltre, anche in questo caso si provvide al cambiamento della denominazione in “nuovi coloni” o “nuovi contadini” per cancellare ogni traccia della loro identità degradata e delle loro origini. Per quanto riguarda il caso italiano, le norme riportate dallo storico italiano Francesco Predari nel suo testo relativo agli zingari del 1841, sono esemplificative anche in questo caso di un tentativo di assimilazione. I Rom dovevano essere avvicinati dalla chiesa alla religione cattolica, non dovevano farsi vedere nelle loro vesti tradizionali, dovevano mangiare i cibi che venivano mangiati dagli italiani e dovevano adottare uno stile di vita tipico italiano che comprendeva parlare la lingua italiana. Inoltre, doveva essere introdotto un sistema di sorveglianza che prevedeva anche punizioni corporali per chi veniva sorpreso ad oziare; tali persone dovevano essere iniziate all’agricoltura.

Il passaggio-cardine nel rapporto tra “zingari” e “non zingari” che si va a realizzare in questa epoca è dunque la visione dei rom come moderno oggetto di interesse rieducativo. I rom non rappresentavano il male in assoluto; il male era la loro asocialità data da un modo di vivere dissennato che andava corretta attraverso l’imposizione di uno stile di vita considerato sano. Tale passaggio necessitava di un sostegno da parte dello studio di eruditi che potessero guidare e leggere i cambiamenti messi in atto dalle istituzioni.

Bibliografia

L. Bravi, Tra inclusione ed esclusione. Una storia sociale dell’educazione dei rom e dei sinti in Italia, Milano, Unicopli, 2009.

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