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Ghetti ancora aperti: i campi nomadi

Pubblicato da admin il

Di Camilla Bernardini

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Roma, campo nomadi Camping Rive sgomberato nel 2017

I Campi nomadi sono un vero e proprio dispositivo pedagogico pensato per i rom e sinti. Gli obiettivi che stanno alla base sono la rieducazione e la tenuta a distanza di queste popolazioni. L’Italia è stato l’unico paese europeo ad aver adottato questa modalità abitativa permanente, facendo passare il messaggio che si trattasse della soluzione più adatta per loro cultura (secondo una concezione scorretta di cultura come insieme di tratti decontestualizzato e statico). Uno studio del 2011 infatti, rileva che l’83% della popolazione non rom pensa che il Campo sia l’abitazione prescelta dagli stessi rom e sinti, i quali, essendo nomadi per natura cercano luoghi di sosta privi di servizi, lontani e mal collegati dalle città da cui potersi spostare rapidamente.

Questa triste stagione non ancora conclusa si apre negli anni Settanta-Ottanta, quando i rom e sinti erano effettivamente in movimento ma non per motivi culturali: in quegli anni i lavori che svolgevano erano prevalentemente itineranti. Lavorando in fiere e lunapark i loro spostamenti erano stagionali e seguivano delle traiettorie stabili nel tempo, così come lo erano le abitazioni.

 Ad amplificare questa situazione, però, erano le continue proteste cittadine e i continui sgomberi cui i rom erano sottoposti che facevano sì che fossero sempre in movimento, alla ricerca di un luogo in cui poter stare. Così si decide di relegarli ai margini delle cittadine. Gli ingegneri che progettarono i campi, mal interpretando la cultura rom e sinta e senza consultare i diretti interessati, li pensarono come dei camping etnici in cui i servizi erano ridotti al minimo. In realtà questa scelta fu criticata e rifiutata da un gran numero di rom poiché non rispondeva alle loro reali esigenze. Di fatto andava ad acuirsi l’attrito tra italiani e rom.

Un passaggio importante si ha tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, con l’arrivo dei rom dell’Est che iniziano i movimenti migratori a seguito dello smantellamento della Jugoslavia. I campi vengono recintati e gli ingressi e le uscite controllate. Erano stati creati dei ghetti. Le associazioni “pro zingari”, coscienti del rischio di ghettizzazione, spingono allora per far diventare il campo luogo sicuro in cui vivere, la base per la progettazione rieducativa. Il campo diventa così fulcro di un intervento educativo, sociale, economico e sanitario. La scolarizzazione e la struttura stessa del campo dovevano assolvere la funzione di trasmissione dei valori della società maggioritaria. Vediamo dunque quanto sia scorretto e inadeguato il principio pedagogico di base: cancellare le origini del popolo romanò, omologandolo alla cultura dominante. Ma come si fa a far sedimentare dei nuovi valori relegando le persone alla sedentarizzazione forzata consentita solo all’interno del Campo, quindi senza avere contatto con gli altri cittadini? Il sistema-campo crea e supporta una politica dell’apartheid; ostacola i rapporti tra rom e gli abitanti del territorio circostante; contribuisce al mantenimento del pregiudizio secondo cui i rom non vogliono integrarsi e ostacola l’inserimento lavorativo già difficile; per non parlare dei bambini che non possono invitare le amiche o gli amici di scuola a casa propria, e del senso di vergogna che può scaturire vivere in un luogo così degradato soprattutto quando gli altri pensano che sia una scelta volontaria.

La prima cosa da fare per includere realmente rom e sinti allora è smantellare i campi-ghetto e cambiare prospettiva e punto di vista pedagogico: non dobbiamo rieducare i rom, dobbiamo dialogare con loro, dobbiamo renderli protagonisti attivi per promuovere la loro inclusione, smettendo così di sperperare soldi pubblici in progetti fallimentari già in partenza. Solo così la loro presenza in Italia (e nel mondo) potrà diventare finalmente una ricchezza per tutti.

Bibliografia

G. Burgio, Tra noi e i rom. identità conflitti, intercultura, Milano, FrancoAngeli, 2015

D. Forgacs, Margini d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità a oggi, Roma – Bari, Gius. Laterza & Figli Spa, 2014.

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