Ideogramma del “tipico Rom”

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Romnjadigitalised di Luna De Rosa

di Luna DeRosa
La parola “tabù”, originariamente “tapu”, proviene dal polinesiano Tonga ed è uno dei rari
termini che sono passati dalla lingua dei cosiddetti “popoli primitivi” alle lingue delle nazioni
occidentali industrializzate. I tabù fanno parte del codice sociale di una comunità, stabilendo
quali atti e forme di comportamento non devono essere eseguiti. Servono anche a definire
ciò di cui non si deve parlare. I tabù sono quindi convenzioni negative che tracciano i confini
e aiutano a garantire l’autorità e sono quindi mezzi molto efficaci di controllo sociale.
Seguendo i suggerimenti di Foucalt in ” Society must be defended”, le attuali politiche e la
retorica dell’esclusione, dei respingimenti e dei campi di identificazione e deportazione per i
migranti e i richiedenti asilo ci ricordano purtroppo che la posta in gioco non è solo militare
ma anche biologica. Il razzismo è quindi legato al funzionamento di una governamentalità
che è obbligata a usare la razza per esercitare il suo potere sovrano.
Il vecchio potere sovrano del diritto alla morte si avvale dell’attivazione di ogni tipo di
discorso razzista e di dispotismo, senza per questo entrare in contraddizione con lo sviluppo
reciproco della razionalità neoliberale e delle tecnologie del biopotere.
La visualizzazione è oggi la forma primaria di successo, controllo e mercificazione!
L’onnipotenza dei media digitali e delle reti sociali è del tutto contraddittoria: mercifica ogni
corpo e allo stesso tempo intensifica le differenze strutturali e le disuguaglianze attraverso
l’accesso alle tecnologie che realmente guidano il mercato.
Le dichiarazioni razziste sono acriticamente ripetute e trasmesse da vari media. Il silenzio e
la mancanza di resistenza contro la disumanizzazione, la de-europeizzazione e la
razzializzazione dei rom nei media, e in altre sedi pubbliche, rafforzano la loro posizione
come cittadini di seconda classe “indegni” e “dannosi”.
Centinaia di anni di disumanizzazione sistematica dei rom, resa legale e indiscutibile da
decreti reali, leggi statali e regole ecclesiastiche, hanno avvelenato le nostre società.
Forme estese e brutali di disumanizzazione, quasi del tutto assenti dai nostri libri di storia,
come la schiavitù, la negazione dell’insediamento, gli omicidi sistematici durante la seconda
guerra mondiale, le sterilizzazioni forzate, la segregazione scolastica, gli sfratti di massa,
l’eccesso e il difetto di polizia, la registrazione discriminatoria delle nascite, la negazione
della cittadinanza, l’istituzionalizzazione dei bambini rom, l’incitamento all’odio e alla
criminalità, la negazione della partecipazione ecc., hanno alimentato l’antiziganismo, cioè la
convinzione che i rom sono inferiori, capaci di meno, non hanno la volontà di raggiungere i
non rom, sono inadatti ad essere buoni cittadini dei paesi in cui vivono da secoli.
Parlando di tecnologia di produzione della verità, nel senso di Foucault, impiegata per
esempio nei film sui rom concepiti all’interno del regno culturale europeo, la tendenza in
questione è quasi sempre quella di rappresentare un immaginario degli “zingari” come
ideogramma di un “costrutto culturale”.
La prima e più dominante tendenza estetica nel dispiegare l’immagine dei rom nel mezzo
cinematografico è quello di rappresentare un gruppo di persone etichettati come “zingari”
diversi e distanti dalla cultura dominante “bianca”. Così come per decenni la copertura
mediatica stereotipata dei Sinti e Rom non ha mostrato nessun cambiamento sostanziale,
mantenendo una costruzione immaginaria del “tipico rom”!

La percezione dell’immagine si basa quindi su una “iconografia dell’altro”, plasmata da
“modelli di immaginazione allenati” e da “discorsi sociali”(Reuter), che tendono a rafforzare
le forme di razzismo.
Come scrive Judith Butler in “La forza della nonviolenza”, quando la critica a forme
ininterrotte di violenza coloniale viene essa stessa bollata come violenta (come in Palestina),
quando un appello alla pace viene definito un atto di guerra (come in Turchia), quando le
lotte per l’uguaglianza e la libertà vengono dipinte come minacce violente alla sicurezza
dello Stato (Black Lives Matter), o il gender viene dipinto come un arsenale nucleare diretto
contro la famiglia eterosessuale, allora in tutti questi casi ci troviamo nel mezzo di forme
politicamente consequenziali di fantasmagoria.
Solo il riconoscimento dell’interdipendenza può rendere possibile la formulazione di
obblighi globali, tra cui, per esempio, quelli verso i migranti, i rom, coloro che vivono in
situazioni precarie o in zone di guerra, le donne sottoposte a violenza (domestica e
pubblica), così come tutte le persone la cui non conformità di genere le espone alla
possibilità di danni fisici, inclusi il carcere o l’omicidio.
Le istituzioni per i diritti umani e le organizzazioni della società civile dovrebbero assumere
un ruolo proattivo nel raccogliere e sostenere la raccolta di dati, nel sostenere le vittime
della discriminazione e nel sensibilizzare le comunità emarginate.

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