I diritti dei Rom ai tempi del Covid-19

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di Alex Gisondi

Ogni anno l’ ERRC (European Roma Rights Centre), l’Istituto europeo per i diritti dei Rom, pubblica un rapporto di monitoraggio delle comunità in tutte le nazione europee. Da poco è stato rilasciato quello inerente al 2021 e come ci si poteva immaginare, con la pandemia le cose sono peggiorate.
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Negligenze delle autorità verso le comunità romanès

In Italia, circa 20.000 rom vivono in campi formali o informali, segregati, conosciuti come “campi nomadi” o “villaggi”. Le autorità italiane hanno costruito i cosiddetti campi nomadi per i rom fin dagli anni ’80. Sono stati il risultato di politiche regionali, attuate quando i rom dell’ex Jugoslavia sono arrivati in Italia.. Si basano sulla falsa idea delle politiche italiane per cui tutti i rom sono nomadi, anche se si dice che solo il 3% dei rom in Italia vive in modo itinerante.

Di conseguenza, con il tempo, i campi falliscono miseramente nel soddisfare i bisogni dei Rom che vivono in Italia in tempi normali, per non parlare della situazione senza precedenti in cui molti Rom si sono trovati durante la pandemia. I campi spesso non hanno accesso all’acqua potabile, all’elettricità o alle fognature. Vivere in un campo segregato di solito significa vivere in una casa sovraffollata (7-8 persone per roulotte, baracca o container) da qualche parte alla periferia di una città. Secondo un rapporto dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’UE, questi campi italiani hanno uno dei più alti tassi di rom che vivono per stanza in Europa. Durante il periodo in cui sono state introdotte le misure per contrastare l’emergenza Covid-19,, le condizioni non erano necessariamente sempre migliori per i rom che vivevano nei campi riconosciuti, gestiti dal governo rispetto a quelli che vivevano altrove.

Secondo il monitoraggio dell’ERRC, nella maggior parte dei casi non sono state distribuite mascherine, disinfettanti per le mani, né forniture igieniche. Questo ha reso difficile, se non impossibile,seguire le linee guida igieniche raccomandate.

Inoltre, il governo non ha garantito un’adeguata comunicazione pubblica in merito ai rischi associati al virus corona per i residenti dei campi formali e informali. In assenza di una risposta statale, le risposte delle autorità locali in Italia sono state caratterizzate da approcci disparati mal interpretando le esigenze delle comunità romaní.

In alcuni casi le comunità sono state semplicemente lasciate a se stesse, senza alcun intervento formale da parte dei comuni. Per esempio, durante tutto il periodo del lock-down, il comune di Vicenza non ha fornito alcun tipo di supporto a un gruppo di circa 70 rom (tra cui molti bambini e donne incinte) che vivono nel loro comune. Queste persone vivono in auto o roulotte in condizioni di vita particolarmente precarie. Essi non non hanno un posto fisso dove vivere perché il comune proibisce loro con ordinanze di fermarsi nella maggior parte della città. Nonostante la pandemia, il comune non ha fornito loro un posto dove fermarsi, e queste persone sono rimaste senza accesso all’acqua potabile, o a forniture igieniche come mascherine o gel igienizzante. Il comune, pur essendo consapevole della loro situazione, non ha fatto alcuno sforzo per provvedere a questo gruppo di persone.

Come nella maggior parte dei luoghi, molti rom in Italia non sono stati in grado di svolgere i lavori occasionali, su cui avrebbero potuto normalmente contare per vivere (come la raccolta del ferro, mercati e i lavori di costruzione edile). Non c’erano programmi o politiche da parte del governo per affrontare questa situazione, né c’erano pacchetti di salvataggio strutturali dedicati ad aiutare i gruppi più vulnerabili in generale. Il governo ha stanziato fondi che le autorità locali potevano utilizzare per fornire sostegno una tantum alle persone in difficoltà, normalmente sotto forma di buoni spesa, ma non era disponibile alcun pacchetto finanziario strutturale a lungo termine.

Gli sfratti sono continuati durante il lock-down

L’ERRC ha monitorato da vicino gli sgomberi forzati dei rom in Italia per un certo numero di anni. Da aprile 2014 l’ERRC ha registrato almeno 363 sfratti forzati; questo non dovrebbe essere considerato un numero completo di tutti gli sgomberi forzati di rom in Italia, ma come un campione di casi sui quali l’ERRC ha ricevuto informazioni.

La ricerca sul campo dell’ERRC ha scoperto che le famiglie che vivono in campi informali sono costantemente sfrattate senza il rispetto delle protezioni previste dagli standard internazionali. I residenti non vengono consultati prima dello sfratto e non ricevono ordini di sfratto formali, rendendo difficile contestare gli sfratti legalmente. La situazione di bambini in età scolare, anziani, donne incinte e persone con problemi di salute è raramente, se non mai, presa in considerazione. Il più delle volte agli sfrattati non viene offerta una sistemazione alternativa, il che li costringe in un ciclo infinito di sfratti da un campo all’altro.

Tra febbraio e giugno 2021, gli sgomberi dei rom dai campi informali sono continuati, come nell’ultimo decennio, nonostante la situazione straordinaria determinata dalla pandemia. Le forze dell’ordine mettono regolarmente un cartello sulla baracca che dice che è “sotto sequestro” ma le persone colpite non ricevono alcun documento formale che le informi dello sfratto.

Poiché le famiglie non sono presenti, non ricevono alcuna offerta di alternative abitative dalle autorità locali. A causa dei continui sfratti, molte famiglie rom sono rimaste senza casa durante l’isolamento, costrette a vivere in auto o roulotte alla periferia della città.

Attivisti locali e testimoni riferiscono che gli agenti di polizia visitano frequentemente le famiglie rom che vivono nei campi (anche 4 o 5 volte a settimana) per cercare di convincerli a lasciare la zona. È molto probabile che ci siano stati altri sgomberi durante l’isolamento che non sono stati riportati, mentre l’attenzione dei media è stata distolta dalla pandemia. Inoltre, molti sfratti di piccoli gruppi di rom vengono definiti “traslochi” piuttosto che “sgomberi” e non vengono riportati.

L’ostilità pubblica verso i Rom durante il lock-down

L’emergenza Covid-19 ha, in alcuni luoghi, esposto vecchie ostilità verso i rom in Italia, in particolare attraverso i media e la loro, a volte, sensazionalistica cronaca sui rom durante la pandemia. A Milano, diverse testate hanno dato molta attenzione alle case popolari occupate illegalmente da rom e migranti, scatenando in alcuni casi delle proteste. A Roma, il quotidiano Il Giornale ha pubblicato il titolo: “L’emergenza non ferma i rom: escono a rovistare tra i rifiuti”. A Campobasso, il funerale di un cittadino rom ha suscitato polemiche e un servizio sensazionalizzato de Il Messaggero che ha pubblicato la storia “Coronavirus, i nomadi rom organizzano un funerale: esplode un focolaio di Covid a Campobasso”. La maggior parte degli articoli dei media inerente ai fatti molisani, si riferiva ai rom di un “campo nomadi”, quando in realtà i rom in questione vivevano nella zona da 600 anni e vivevano in alloggi integrati. Questo ha spinto i rom locali a fare appelli affinché la gente non etnicizzasse la pandemia. Il caso è stato inoltre sfruttato dai politici locali, anche dal partito della Lega di Matteo Salvini che ha detto che il sindaco locale “ha il dovere di vigilare anche sulla comunità rom di Campobasso, che ha un proprio stile di vita e proprie regole che spesso non coincidono con quelle degli altri cittadini di Campobasso”. L’ex-primo ministro e architetto della famigerata “emergenza nomadi”, Silvio Berlusconi, si è persino espresso sulla questione, facendo riferimento alla “negligenza di un sindaco che ha trascurato di applicare la legge”.

Quarantena nei “campi nomadi”

In alcuni comuni, dove è stato confermato un caso di coronavirus in un campo rom, è stata presa la decisione di mettere in quarantena l’intera comunità. Il sovraffollamento e le cattive condizioni abitative dei campi, causate dalla politica di segregazione dell’Italia, rendono difficile isolare una singola persona o famiglia. I Rom dei campi, sono trattati come un collettivo, e messi in quarantena di conseguenza, invece di essere trattati come individui come qualsiasi altro cittadino italiano.

A Cuneo, più di 50 persone che vivono in un “campo nomadi” sono state messe in quarantena dal comune il 13 marzo dopo che una persona ha riferito di essere stata in contatto con un amico di Nichelino (Torino) che era poi risultato positivo al coronavirus.

A Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, un campo che ospita circa 40 persone è stato messo in quarantena per quattro settimane secondo gli attivisti italiani per i diritti dei rom in contatto con l’ERRC. Il campo è stato militarizzato per non permettere a nessuno di uscire.

A Castel Romano (Roma) c’è un presidio h24 delle forze di polizia di Roma Capitale.

Rapporto ERRC 2021

Per sapere di più : http://www.errc.org/

Traduzione e stesura di Alex Gisondi

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