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Il “Ilò ćindò” nel Dicembre 42’

Pubblicato da admin il

Un genocidio troppo a lungo dimenticato.

di Alex Gisondi

Nel marzo 1939, fu dato l’ordine di creare pass speciali per individuare le diverse categorie sociali: pass gialli per Ebrei identificati con una «J» (Juden=Ebrei) e pass marroni o azzurri per i Rom e Sinti identificati, invece, con una «Z»(Zigeuner=Zingari).  Dopo un’ondata di odio senza precedenti che coinvolse l’intero continente, l’adozione di misure disumane come la creazione dei primi campi nomadi, il  16 Dicembre 1942, Heinrich Himmler, capo delle SS, ordinò che gli “zingari” del Reich fossero deportati ad Auschwitz: avranno nella matricola sull’avambraccio la “Z” .

Porajmos o Porrajmos (pronuncia italiana: poràimos; in romaní: [pʰoɽai̯ˈmos]; traducibile come “grande divoramento” o “devastazione”) è il termine con cui per diversi decenni è stato  indicato lo sterminio delle popolazioni romaní (Rom, Sinti, Manush, Kalé e altre) perpetrato da parte della Germania nazista e dai paesi dell’Asse durante la seconda guerra mondiale. Si stima che tale eccidio provocò la morte di 500. 000 di essi, ovvero metà della allora attuale popolazione europea. “Il Porrajmos, in pratica, è l’equivalente della Shoà degli Ebrei, ma non è altrettanto conosciuto (si è fatto in modo che ciò avvenisse). Molte comunità romanès preferiscono al termine Porrajmos, che in molti dialetti della lingua romanì ha una connotazione sessuale, quello di Samudaripen o Samudaripé («uccisione totale», genocidio) o Baro Romanò Meripen («la grande morte», genocidio)”.

Il termine, diffuso inizialmente da Ian Hancock, uno dei massimi studiosi del genocidio, oggi viene messo in discussione dalle stesse comunità romanì, perché da molti considerato inadeguato. Viene sempre più utilizzato il termine Samudaripen (Samudaripen = sa+mudaripen = tutti+uccisione = uccisione di tutti = sterminio, genocidio) termine più appropriato.  Studiando questo  tragico avvenimento,  ho rispolverato un mio incontro, avvenuto ormai  14 anni fa, nell’ambito delle commemorazioni ufficiali del  cosiddetto ‘Giorno della Memoria’. Ero a scuola e quel giorno dall’altra parte dei banchi c’erano Nedo Fiano e Piero Terracina.  Inserisco il dvd , faccio un bel respiro e ritorno a quella giornata così intesa, che parlava di morte ma emanava vita.

Piero Terracina ricordava  perfettamente la notte in cui rom e sinti scomparvero da Birkenau: “Io non avevo ancora 16 anni ed arrivai a Birkenau; quello era un Vernichtung-lager (campo di sterminio) dove non è che si poteva morire, si doveva morire. Erano tutti settori separati che si distinguevano per una lettera che era stata loro associata e dall’altro lato del nostro filo spinato c’era il settore che era conosciuto come lo Zigeuner-lager ovvero il campo degli zingari[…]. In quel campo c’erano tantissimi bambini, molti di quei bambini certamente erano nati in quel recinto […]. La notte del 2 agosto 1944, ero rinchiuso ed era notte e la notte nel lager c’era il coprifuoco, però ho sentito tutto. In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari, da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo Zigeuner-lager che era completamente vuoto, c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano”.

 In Italia le leggi razziali del 1938 colpirono anche la comunità romanès . I Rom e Sinti  internati furono circa 25.000. L’internamento dei rom e sinti in Italia obbedisce agli ordini emanati l’11 settembre 1940 dal capo della polizia Arturo Bocchini. L’Italia fascista è stata un ingranaggio del sistema di persecuzione e deportazione di rom e sinti e quindi del Porrajmos. Questo attraverso alcune fasi specifiche con un intervento sempre più radicalizzato: l’allontanamento ed il rimpatrio dei cosiddetti “zingari” (anche quelli di cittadinanza italiana), la pulizia etnica nelle zone di frontiera rispetto alla presenza di soggetti rom e sinti (con il confino obbligatorio in Sardegna), l’arresto e l’invio in “campi di concentramento riservati a zingari” sorti sul territorio italiano ad esempio ad Agnone (Molise).

L’ordine di Himmler era stato anticipato da una lunga serie di atti persecutori e violenti. La “questione zingara”, infatti, aveva impegnato i nazisti sin dai primi anni di regime e la sua “risoluzione” fu peraltro facilitata dalla preesistenza di istituzioni, iscritte nella secolare storia di discriminazione europea di questo popolo, quali il “Servizio informazioni sugli zingari”, fondato a Monaco nel 1899, ma presto trasformato in Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara, con sede a Berlino, che si occupò della individuazione di tutti gli appartenenti alla razza zigana. Se, infatti, fino ad allora gli zigani erano stati considerati un problema di ordine securitario da affidare alle autorità di polizia, per i nazionalsocialisti divennero immediatamente un problema di ordine razziale.

Schedatura – anzi, “censimento” nel linguaggio nazista –, studio genetico per definire il livello di purezza o ibridazione di ciascun individuo, sterilizzazione forzata della popolazione dai 12 anni in su, incarcerazione, trasferimento in sezioni speciali dei ghetti per gli Ebrei o in campi di lavoro e aree dedicate – in condizioni però insostenibili per la sopravvivenza dei più –, annullamento dei diritti personali e poi, con il procedere dell’avanzata nazista in Europa, stragi in loco immediate per contrastare le fughe, fino al comando definitivo del trasferimento di tutti ad Auschwitz, inequivocabile segno del disegno genocida.

Il primo convoglio raggiunse il lager il 26 febbraio 1943; marchiati con la stella nera degli “asociali” – ciò che ha permesso per molto tempo di considerare la loro deportazione una questione, ancora, di ordine pubblico –, furono segregati nel cosiddetto Zigeuner-lager, senza passare per la selezione in entrata, senza essere separati dalle loro famiglie, né costretti poi al lavoro forzato, ma lasciati morire per inedia, freddo e malattie. Probabilmente proprio perché considerati “razza degradata”, inoltre, continuarono a essere preferiti come cavie negli esperimenti medici compiuti dalla follia nazista.

C’è una breve ma intesa poesia che con poche parole riesce a trasmettere il dolore, la sofferenza per quei tragici e dannati giorni.

Auschwitz  Auschwitz

Muj śukhò  Faccia incavata

Khià kalé  occhi oscurati

Vuśt śurdé.  labbra fredde.

Kwite.  Silenzio.

Ilò ćindò  Cuore strappato

Bi dox  senza alito

Bi lav  senza parole

Nikht rovibbé  nessun pianto.

(Santino Spinelli)

La notte del 2 agosto 1944, un delirante comunicato di Hitler ordina l’immediata eliminazione dei 2897 della  intera popolazione  romanì  presente nel campo in quel momento. 

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